Ricordi delle mie figuracce: I Vigili del Fuoco

Che giorno è oggi? Non lo so davvero e non so neppure da quanto tempo non passavo da queste parti. La verità è che continuo a scrivere, ma non ho il tempo necessario per correggere i post o la lucidità per capire se mi piacciono oppure no e così li lascio in attesa, nella cartella bozze, come tante altre cose in questo momento della mia vita. Il fatto è che realizzare i propri sogni costa fatica e da quando ho deciso che devo assolutamente realizzare il mio, di energie me ne restano poche.

Perdonatemi quindi se riciclo un post di qualche anno fa, ma ho notato che si era perso nel passaggio dal vecchio blog a questo e pubblicando oggi, nonostante le mille cose che ho fatto da stamattina e le altre che ancora devo fare, mi illudo di non avere abbandonato il blog.

 


 

Quest’inverno l’influenza mi ha beccata ben due volte e la prima di queste ero totalmente impreparata.

Chi c’è passato lo sa: ha decimato intere famiglie lasciandole senza forze. Io ero totalmente debilitata, dolorante, infreddolita, ma con la grossa fortuna di avere una nonna che abita a pochi passi.

La chiamo in soccorso e le dico di andare in farmacia a prendere sciroppo, spray per la gola, antibiotici, per sicurezza anche caramelle, miele, propoli, qualche tisana in erboristeria e anche la pozione polisucco, se necessario.

Lei non arriva. Il tempo passa e lei non arriva. Io mi sento peggiorare. Fa sempre più freddo nonostante i termosifoni a palla. Indosso i leggings con una maglia pesante, ma il freddo lo sento ugualmente.
Mi copro meglio. Infilo i pantaloni di una tuta sopra i leggings. Mi dà fastidio il freddo che si insinua all’altezza delle caviglie e rimedio indossando dei calzettoni sulla tuta, tesi fino al ginocchio per bloccare il passaggio dell’aria e pure la circolazione, se necessario.
Intanto di nonna nemmeno l’ombra.
Trovo una felpa di mio padre che è enorme, ma se indosso il cappuccio tenendolo fisso con la sciarpa legata al collo, sento più calore.

Nonnaaaaaaa!!!

Finalmente suonano alla porta. Faccio per alzarmi ma è difficile muoversi quando si è un incrocio tra Jeeg Robot d’Acciaio ed un chicco di riso della pubblicità del Riso Flora, e così perdo una ciabatta. Chissenefrega, lo sciroppo prima.
Apro senza chiedere chi sia, sto aspettando mia nonna, chi altri potrebbe essere?

Jeeg Robot d'Acciaio
Jeeg Robot d’Acciaio
Pubblicità del riso Flora
Chicco di Riso (Pubblicità del Riso Flora)

Infatti, chi? Se non due (e dico, ben due!) VIGILI-DEL-FUOCO?

La prima cosa che ho pensato:
Non è vero che uomini in divisa, alti, belli e muscolosi si vedono solo nei film;
La seconda cosa che ho pensato:
Condizione necessaria per cui un incontro del genere accada, è che io (e anche voi!) debba essere vestita da reietta o avere un buco nella maglietta (ma questa è un’altra storia).

Faccio appello alle mie facoltà mentali per trovare la maniera migliore di uscirmene il prima possibile da quella che sarà ricordata come una delle mie MIGLIORI peggiori figure. E così, con la più fedele voce da ragazzina di 14 /15 anni che riesco a fare e benedicendo la sciarpa che copre metà del mio viso, mi rivolgo ai vigili balbettando:
– Il mio papà non c’è, potete chiamar…
Ma proprio in quel momento vengo interrotta da una gentile nonnina che si fa largo tra i due, dicendo:
– Ho detto loro che possono parlare con te, tanto hai 30 anni.

Questa che ho fatto con i vigili del fuoco è decisamente una delle mie peggiori figure. Voi ne avete qualcuna da raccontare?

One thought on “Ricordi delle mie figuracce: I Vigili del Fuoco

  1. Marco says:

    Cara Viola,
    riguardo le pessime figure ne ho collezionate talmente tante che evito di riportartele, probabilmente sarei capace di farne una anche adesso!
    Invece ti scrivo in merito al tuo incipit.
    Non sottovalutare il senso della cartella bozze, è una sorta d’alambicco in cui le idee si distillano, a volte perdono la loro essenza e verranno scartate, altre volte acquisiscono innumerevoli ed inaspettate potenzialità.
    Con la cartella bozze aiutiamo una parte nascosta di noi a perdurare, ci mettiamo tutto quello che pensiamo e che siamo in quell’esatto istante di vita, non lo miglioriamo, non ci interessa renderlo comprensibile agli altri, come un flusso di coscienza.
    E poi l’attesa non è così male, l’attesa crea sempre un ponte verso l’inaspettato, proprio perché si è abituati alla circolarità delle cose, finché quello che stava lì ad aspettare, magari dimenticato da qualche parte, emerge ed irrompe.
    Con questo non vorrei mai che il tuo post fosse presagio di qualche nuova figuraccia, magari avrà la funzione d’essere un colore tra gli altri, come quando indossi uno spezzato.
    In fondo, nel complesso, quella specifica diversità dell’indumento ci sta proprio bene.

    PS
    Immagino quanto sia tosto questo momento che stai vivendo, del resto devi realizzare un sogno!
    Quindi stringi i denti con lo sguardo al futuro ed i piedi saldi nel presente … e continua a riempire la cartella delle bozze. 😉

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